Sulle coste del Tigullio, nella riviera ligure di Levante, lungo la strada che porta da Rapallo a Santa Margherita c’è la baia di San Michele: un’insenatura delimitata da vecchie e strette case di pescatori con un promontorio coperto dalla macchia mediterranea. Lo scenario, quasi teatrale, è delimitato da un lato da una chiesa barocca un po’ anonima ma custode di un dipinto del fiammingo van Dyck e dall’altro da Villa Fiorita, buon ritiro dell’ammiraglio Luigi Durand de la Penne, e dalla villa della poetessa cilena Gabriela Mistral premio Nobel per la letteratura nel 1945.Tra i pini sul costone del promontorio e vicino alla chiesa è nascosto un piccolo cimitero, di quelli che non siamo più abituati a vedere con il viale delle Rimembranze in ricordo dei caduti della prima Guerra Mondiale. Al suo interno tombe datate; qualcuna dai nomi altisonanti della Genova che conta ( o contava ). Tra tutte sul fondo del cimiterino verso il mare in una cappella da poco restaurata riposa Scipione Riva Rocci. Fig 1

Fig.1 – Tomba Riva Rocci a-San Michele di Pagana

 Il nome è impegnativo e fin troppo marziale in contrasto con la dolcezza della fisionomia del personaggio pervenutaci dalle poche fotografie. Fig 2, 3

Fig. 2 – S. Riva Rocci neolaureato
Fig. 3 – S. Riva Rocci cinquantenne

 Pochi sanno della sua identità ma tutti noi gli dobbiamo qualcosa. E’ l’inventore dello sfigmomanometro, l’apparecchio per la misurazione della pressione arteriosa, espressione di fattori vari e alla base di un fenomeno fisiologico fondamentale alla nostra vita: la circolazione del sangue. E’ uno dei tanti nomi di italiani che ignoriamo e di cui abbiamo, a differenza dei paesi esteri, pudore e difficoltà ad andarne fieri.  
 L’apparecchio inventato dal Riva Rocci fa ormai parte del nostro quotidiano; lo possiamo acquistare anche al supermercato o on line e il suo impiego è alla portata di tutti; pur se attualmente tecnicamente più sofisticato ricalca assolutamente quello di Scipione con gli stessi principi iniziali. Non esiste attualmente persona sulla faccia della terra che almeno una volta non sia stata sottoposta alla misurazione della pressione sanguigna attraverso lo sfigmomanometro. L’apparecchio insieme al fonendoscopio, evoluzione dello stetoscopio del genio del piccolo bretone Laennec, è diventato un po’ l’emblema della pratica medica.
 Quelli di noi già attempati ricordano bene come “ la prova della pressione “ fosse una delle manovre semeiologiche strumentali elementari della visita del medico di famiglia: nell’immaginario collettivo il medico ausculta il torace e “ prova “ la pressione. Il ricordo dell’apparecchio è ben vivo: una scatola oblunga di bachelite, nera o marrone, che aperta mostrava sulla parte verticale una colonnina di vetro contenente l’argenteo mercurio; dal marchingegno si staccavano tubicini in caucciù collegati ad una peretta e a un manicotto a fascia.
Sempre per quelli di noi medici datati è un nostalgico ricordo quando da neolaureati, bruciando le ferie nelle supplenze estive ai medici condotti per chiari motivi economici, eravamo vittime in quegli ambulatori afosi di file di anziani con il passatempo della misurazione della pressione. L’atto, per dare soddisfazione al presunto paziente, doveva rientrare in un rito e non poteva essere sbrigativo; la domanda finale era sempre la stessa: “ quanto è ?”. I più acculturati azzardavano: “ e la minima ?”
Nella pratica ospedaliera il primo contatto mattutino del paziente era con il medico interno  più giovane che rilevava la pressione che veniva trascritta, insieme alla frequenza cardiaca, sul foglio della termometrica posta a piè letto, quando il virus nevrotico della privacy non ci aveva ancora contaminato.
 Il rilievo pressorio resta uno dei primi atti di ogni approccio medico e l’impiego dell’apparecchio ormai è accessibile a tutti; ogni paziente iperteso può monitorare in maniera autonoma l’andamento pressorio grazie la geniale intuizione del Riva Rocci.
Pur se modificato con l’avvento dell’elettronica i principi su cui si basa l’attuale sfigmomanometro sono assolutamente gli stessi identificati da Scipione che, diciamolo subito, non si arricchì perché non volle brevettare la sua invenzione. La sua è una storia che va conosciuta.  
Scipione nasce ne 1863 ad Almese, un paesino piemontese ai piedi delle Alpi all’ imbocco della Val di Susa. Il padre è il medico condotto del paese e lo resterà addirittura per cinquant’anni.
 La figura del medico condotto, incarnata più tardi nel medico di famiglia, ha una sua tipologia ben definita nell’Italia fineottocentesca e nella prima metà novecento: è medico, amico, confessore, consigliere, maestro, e per i ceti meno abbienti l’unico contatto con una realtà altrimenti inavvicinabile. La sua efficienza terapeutica farmacologica è limitata a pochi preparati ma supportata da un’elevata efficacia curativa che, in collaborazione con il farmacista del paese, altra figura leggendaria, è basata sul buon senso, psicologia spicciola e conoscenza di ogni ambito familiare. In molti paesi soprattutto rurali è il medico condotto che insieme al farmacista, al parroco e al maresciallo dei carabinieri, costituisce la spina dorsale.
 La vita del condotto, soprattutto in zone disagiate, non è facile e giustamente intorno alla sua figura si è sviluppa tutta un’agiografia.
 Così Giosuè Carducci parla del padre condotto in una zona endemica per malaria:” viveva con i contadini per una desolata campagna quasi incolta, popolata di bufali e cinghiali, sempre a cavallo correva da un casolare all’altro a curare i contadini febbricitanti . Guadagnava assai poco. Non molto più di due lire codine al giorno “.
La segreta aspirazione di ogni condotto è che anche il figlio diventi medico ma, come ogni padre, desidera ciò che lui non  ha potuto avere, soprattutto qualitativamente : il miraggio è la carriera in un contesto ospedaliero, per molti anni limitato all’ambito della clinica universitaria. Così avviene per Scipione: si laurea all’Università di Torino ed inizia il suo percorso professionale come allievo alla Scuola di Carlo Forlanini( 1847 – 1918 ).  
 Il Forlanini è patologo medico nell’ateneo torinese. Milanese di nascita ha studiato, allievo del Collegio universitario Borromeo, a Pavia dove si laurea per poi diventare primario di medicina interna all’Ospedale Maggiore di Milano da cui si sposta per dirigere la cattedra di Clinica Medica all’Università di Torino ed infine quella di Patologia medica all’Università di Pavia. Sarà nominato senatore e candidato al Nobel che gli verrà però soffiato da Marconi. Morirà  a Nervi ( Ge ) dove si era ritirato al pensionamento e riposa al Cimitero Monumentale di Milano. Fig 4

Fig. 4 – C. Forlanini


Forlanini sviluppa un nuovo aspetto della medicina:i vari fenomeni fisiologici e patologici e quindi il loro trattamento vengono interpretati in base alle leggi della fisica meccanica e statica. Si configura una medicina basata su questa visione: la iatromeccanica e iatrofisica di cui Forlanini ne diventa il testimonial. Questo suo atteggiamento culturale non nasce per caso ma è frutto dell’ambito familiare: il padre di Forlanini è primario medico del Fatebenefratelli di Milano mentre il fratello minore Enrico Forlanini ( 1848 – 1930 ) è ingegnere e diventerà un pioniere dell’aeronautica. A lui sarà infatti dedicato l’aeroporto milanese di Linate.
Il fratello conosce bene la fisica dei gas ed è il maggior esperto di dirigibili, è il primo a far volare un elicottero ed inventa l’aliscafo. E’ proprio grazie la collaborazione con il fratello che Carlo Forlanini metterà a punto il pneumotorace terapeutico per il trattamento del polmone tubercolotico. La tisi è tra le malattie sociali del periodo e miete numerose vittime in relazione alle pessime situazioni igeniche. Forlanini ha l’intuizione: crea artificialmente una depressione nel torace in modo tale che abolendo i movimenti respiratori il polmone non possa espandersi. In tal modo il polmone malato di tisi viene messo a riposo.
Scipione Riva Rocci per le sue capacità diventa uno degli allievi prediletti di Forlanini e sulla scia di una visione meccanicistica in ambito medico trasmessagli dal Forlanini mette a punto un nuovo apparecchio per la misurazione della pressione arteriosa. La sua invenzione è oggetto di una pubblicazione sulla Gazzetta Medica di Torino nel 1896 titolata “ Un nuovo sfigmomanometro “.
Sono gli inizi del ‘900 e la  misurazione pressoria  è ancora condizionata da un atto cruento necessitando l’introduzione di una cannula in un vaso arterioso  quindi non proponibile nella pratica comune sull’uomo.
 Sono sempre dei fisiologi che battono la strada per una misurazione non cruenta: il parigino Etienne Marey ( 1830 – 1904 ), il torinese Angelo Mosso ( 1846 – 1910 ) ed il tedesco Samuel von Basch ( 1837 – 1905 ) mettono a punto vari apparecchi sul cui principio si baserà Scipione Riva Rocci. Sono tuttavia apparecchi complicati, adatti e limitati ad indagini sperimentali e quindi assolutamente inidonei ad un’ applicazione nella pratica . Scipione mette a punto un sistema che per la sua esattezza, semplicità e praticità diventerà l’antesignano degli attuali sfigmomanometri che, pur se modificati ( di poco ), a distanza di più di un secolo si basano ancora in toto per principio e funzionamento.
 L’intuizione di Riva Rocci è talmente geniale da sembrare quasi ovvia: se comprimiamo dall’esterno con un manicotto un vaso con un pressione maggiore a quella vigente nel vaso arriverà un momento in cui la pressione da noi indotta determinerà una compressione tale da occludere completamente il vaso per collabimento delle sue pareti con arresto del flusso ematico al suo interno e quindi annullamento della pressione . In termini figurati è come se comprimessimo tra due dita il vaso fino a chiuderlo. Al rilascio graduale della compressione il flusso del sangue riprende a circolare con ricomparsa della pressione: arriverà un momento in cui le pareti del vaso vengono a trovarsi in uno stato di equilibrio elastico essendo la forza interna ( pressione ematica ), che tende a distenderle, perfettamente controbilanciata dalla forza esterna ( quella esercitata dal manicotto ) che tende a comprimerle. In pratica le due pressioni sono sovrapponibili; quindi conoscendo la pressione da noi esercitata dall’esterno ,misurata dalla colonna di mercurio, possiamo dire che è la stessa all’interno del vaso, quindi la pressione sanguigna all’interno di tutto il sistema arterioso sistemico. Il sistema di compressione, il manicotto gonfiato con aria, è rimasto tale come lo concepì Riva Rocci mentre il sistema di misurazione inizialmente costituito da una colonnina di mercurio si è poi evoluto in maniera analogica e quindi digitale.
Forlanini sa quanto vale il suo collaboratore Scipione e quando, nel 1898 viene chiamato a ricoprire la cattedra di Patologia medica all’Università di Pavia, lo porta con sé nella nuova sede. Grazie la sua praticità lo sfigmomanometro di Riva Rocci consentiva di misurare in brevissimo tempo la pressione e, lo ripetiamo in un suo onore, Scipione non volle brevettarlo.
 L’invenzione fece molto scalpore ed apriva il grande capitolo delle patologie da alterazione della pressione arteriosa.
 La portata fu tale che il 6 maggio 1901 un giovane chirurgo americano arriva da Baltimora a Pavia nella Clinica Medica diretta da Forlanini e in cui lavora Riva Rocci per imparare l’impiego dello sfigmomanometro. Il giovane statunitense è Harvey Cushing ( 1896 – 1939 ) futuro gigante e pioniere della neurochirurgia mondiale. E’ stato inviato dal suo maestro William Halsted ( 1852 – 1922) altro pioniere della chirurgia: è il primo ad operare una neoplasia della mammella e in collaborazione con la Goodyear mette a punto dei guanti in gomma per proteggere le mani della sua strumentista ( che diventerà sua moglie ). Fino a quel momento si operava a mani nude. Fig 5

Fig. 5 – H. Cushing

 La costruzione dei primi sfigmomanometri fu inizialmente artigianale e la maggior parte fatta dal bidello della Clinica medica pavese che li rivendeva di sottobanco all’insaputa di Riva Rocci e del direttore Forlanini, come ci riferisce nelle sue memorie l’anatomico Antonio Pensa, allora studente.  Quattro anni dopo Il Riva Rocci vince il primariato di medicina interna all’Ospedale di Varese ma mantiene un rapporto stretto con Pavia; dal 1908 al 1921 sarà il primo incaricato all’insegnamento della Pediatria fino a quel momento non specialità a se stante. Nel 1921 vengono ricoverati nel suo reparto a Varese alcuni casi di encefalite letargica: è una patologia infiammatoria dell’encefalo dovuta ad un virus non identificato che si estenderà come pandemia dal 1916 al 1925 con 5 milioni di morti ma passerà quasi ignorata per la concomitante epidemia dell’influenza spagnola. Riva Rocci contrae la malattia; lo stato clinico lo obbliga a lasciare prematuramente la professione e a ritirarsi con la moglie Serafina a San Michele di Pagana dove nel 1937 si spegne in silenzio e tumulato nel cimiterino.

Prof. Angelo Argenteri

Professore Ordinario f.r. Cattedra Chirurgia Vascolare Università di Pavia
Specialista Chirurgia Vascolare
Specialista Chirurgia Cardiaca
Specialista Chirurgia Generale
Perito Tribunale di Milano

E’ stato Direttore UO Chirurgia Vascolare IRCCS Policlinico San Matteo Pavia
    Direttore Scuola Specializzazione Chirurgia Vascolare Università di Pavia
    Direttore UO Chirurgia Vascolare AO Ospedale Maggiore di Lodi
    Direttore Dipartimento Chirugia AO Ospedale Maggiore di Lodi
    Membro Consiglio Direttivo Società Italiana Chirurgia Vascolare Endovascolare ( SICVE )